• Bianco e oro •
Bayonne, 17 agosto 1992
Cammino lentamente, il passo felpato sull'erba per non disturbare la quiete di questo parco cittadino. Sono in una gradevole città francese, e tutto intorno a me sembra respirare un'aria di sospensione e tranquillità. Poi, improvvisamente, lo sguardo si ferma.
La ricorrenza di forme e colori esercita su di me un'attrazione magnetica, quasi irresistibile, anche nelle situazioni all'apparenza più banali. Davanti ai miei occhi si compone una scena perfetta: c'è una donna che legge, assorta nel suo mondo. Ma non è solo una lettrice. È un gioco di richiami cromatici che si rincorrono: il bianco assoluto della panchina che dialoga con la sua maglietta, e i toni gialli e dorati dei pantaloni che trovano eco nel golfino appoggiato sulle spalle.
Mi affascina il contrasto materico e formale: la morbidezza del corpo della donna che si adagia sulla rigidità spigolosa del legno della panca. Tutto è equilibrio.
Sento il peso della mia macchina fotografica tra le mani. Siamo ancora nell'era analogica, quella in cui non esiste il "ritaglio dopo", non esiste la seconda chance digitale seduti comodamente davanti a un monitor. La composizione, il taglio, l'anima della foto devo trovarli ora, qui, sul posto.
Per questo inizio la mia danza silenziosa. Mi sposto a destra, poi a sinistra. Mi allontano per includere il cancello sullo sfondo, mi avvicino per escludere un disturbo visivo. Cerco la struttura migliore, quella che renda giustizia a questa armonia spontanea.
So che da fuori posso sembrare bizzarro. I miei compagni di viaggio mi osservano, forse perplessi di fronte a tutto questo movimento per una semplice foto. Per loro è un balletto incomprensibile, difficile da descrivere se non attraverso le parole attente che Vittorio annota nel suo diario, testimone cartaceo di questa mia ossessiva ricerca della bellezza geometrica.
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